Finanza Fossile: le cause italiane del cambiamento climatico

28 Luglio 2023

Gli effetti del surriscaldamento globale e della finanza fossile sono visibili ogni giorno: la frequenza di nubifragi e allagamenti è drasticamente aumentata in Italia. È importante riuscire a identificare quali sono – anzi, chi sono – le cause del cambiamento climatico.

Cambiamento climatico — Centrale energetica — Fumi e cielo grigio
B-Side Studio Grafico — Finanza Fossile — Report di Greenpeace e Re:Common

Considerando solamente il periodo estivo 2020, in Italia il cambiamento climatico si è manifestato con numerosi nubifragi che hanno interessato diverse città della penisola, da Torino, Milano e Biella fino a Palermo, di cui tutti dovremmo ricordare i video. Ad agosto, greenreport.it riporta un’elaborazione dei dati forniti da European Severe Weather Database (Eswd) — il centro europeo per il monitoraggio del maltempo — da cui scopriamo che l’estate del Bel Paese è stata caratterizzata da una media di 9 tempeste al giorno.

Per quanto possa sembrare paradossale, le precipitazioni in Italia sono calate: il maltempo e le tempeste sono state caratterizzate da “bombe d’acqua”, cioè piogge intense ma di breve durata. Le stime sostengono che nel 2020 le precipitazioni sono diminuite del 30% circa, mentre si è registrato l’aumento della temperatura di 1° centigrado. Coldiretti — la principale organizzazione agricola italiana — indica chiaramente i cambiamenti climatici come le cause di questi mutamenti:

Siamo di fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici con una tendenza alla tropicalizzazione che si manifesta con grandine di maggiori dimensioni, una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, con costi per oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne con allagamenti, frane e smottamenti.

Cambiamento climatico e finanza fossile

L’Italia ovviamente non è il solo Paese europeo a dover fronteggiare gli effetti del cambiamento climatico, tutto il mondo è a rischio. Dato l’aumento dei fenomeni atmosferici avversi, nel 2017 l’Unione Europea ha deciso di dotarsi di uno strumento per risanare rapidamente le perdite e rilanciare le economie delle zone più colpite: il fondo RescUE. Si tratta di un pacchetto di aiuti che copre i danni causati da catastrofi naturali e include anche mezzi per contrastarle, come aerei antincendio e sistemi di pompaggio dell’acqua.

Nonostante molti potrebbero considerare la nascita di queste misure un buon inizio per tamponare gli effetti del cambiamento climatico, è impensabile che questi strumenti siano capaci di combattere anche le cause del riscaldamento globale. Oggi più che mai è necessario identificare quali politiche danneggiano l’ambiente e quali sono le imprese che mettono il profitto davanti alla salute pubblica. L’industria dei combustibili fossili in Italia è una realtà consolidata, oltreché una lobby potente, finanziata da banche e fondi d’investimento che non hanno remore a mettere in pratica un greenwashing pubblicitario. Tra le realtà che si occupano di monitorare gli effetti degli investimenti nell’industria fossile, Re:Common e Greenpeace si distinguono per la qualità dei loro report. In particolare, tra il 2019 e il 2020, hanno pubblicato due indagini che riguardano l’impronta ecologica di aziende e banche italiane.

Cos’è il cambiamento climatico antropogenico e quali impatti produce

Hans Joachim Schellnhuber, direttore dell’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico, spiega le cause e le conseguenze del cambiamento del clima — EU Clima Action, 2015

“Finanza fossile” e “Cambiamento climatico s.p.a.”: chi sono i responsabili italiani?

“Finanza fossile” del 2019 e “Cambiamento climatico s.p.a.” del 2020, sono due report che identificano chiaramente dei responsabili: imprese, assicurazioni e banche che sostengono l’industria dei combustibili fossili. I settori italiani maggiormente colpevoli dei mutamenti climatici sono la finanza, i trasporti e il comparto energetico.

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Finanza fossile — Re:Common e Greenpeace

Per dare una misura dell’impatto sull’ambiente degli investimenti nei combustibili fossili, si stima che il settore finanziario italiano nel 2019 abbia prodotto, da solo, 90 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente delle emissioni prodotte da tutti i settori dell’Austria nello stesso anno. Intesa San Paolo e Unicredit — che finanziano anche il settore bellico e nucleare — hanno causato con i loro investimenti oltre il 75% delle emissioni attribuite all’intero comparto. La finanza italiana però non è l’unica che ancora investe in tecnologie dannose per l’ambiente, secondo Re:Common.

Da un rapporto pubblicato da Greenpeace in concomitanza con il Forum di Davos [2019] sappiamo ad esempio che, dalla firma dell’Accordo di Parigi nel dicembre 2015 ad oggi, le banche presenti a Davos hanno finanziato i combustibili con oltre 1.200 miliardi di euro. Nello stesso periodo, l’industria fossile ha investito circa 1.500 miliardi di euro in esplorazione e produzione di petrolio e gas, aggiungendo 106 milioni di tonnellate di greggio e 406 miliardi di metri cubici di gas alle riserve mondiali. A questa espansione è corrisposto un aumento delle emissioni di CO2 legate all’energia pari a 1,4 miliardi di tonnellate, un volume superiore alle emissioni annuali di Francia, Italia e Spagna messe insieme.

Nello stesso anno un rapporto delle Nazioni Unite riguardo ai cambiamenti climatici, fissava la riduzione annua delle emissioni di anidride carbonica al 7,6% per rispettare gli Accordi di Parigi e restare entro 1,5°C di aumento della temperatura globale. Ad oggi, non sembra plausibile una simile diminuzione annua.

https://unfccc.int/news/cut-global-emissions-by-76-percent-every-year-for-next-decade-to-meet-15degc-paris-target-un-report

È bene chiarire fin da subito che Intesa San Paolo e Unicredit non sono le uniche banche italiane a investire nel comparto dell’energia fossile, molti altri istituti di credito, fondi d’investimento e agenzie assicurative sono in parte responsabili dei mutamenti climatici.

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Finanza Fossile — Re:Common e Greenpeace

Inoltre, gli investimenti senza le imprese che fisicamente realizzano infrastrutture dannose per l’ambiente, non sarebbero un problema. In Italia, le aziende che impattano più negativamente sul surriscaldamento globale sono quattro — e tutte ricevono finanziamenti da Intesa San Paolo e Unicredit — ma ne esitono anche tante altre di dimensioni minori che meriterebbero di essere incluse in questa lista. ENI detiene il primato italiano essendo tra le 30 società più inquinanti al mondo, come indicato nel report “Cambiamento climatico s.p.a.”, seguono a ruota SAIPEM, SNAM e ENEL.

Intesa San Paolo

Intesa San Paolo è la prima banca italiana per capitalizzazione ed è quindicesima in Europa per esposizione ai combustibili fossili. I suoi investimenti, da soli, corrispondono a circa 35 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, che è una cifra superiore alla somma delle emissioni prodotte da tutte le centrali a carbone italiane. Tra i maggiori investimenti in Italia, Intesa San Paolo ha emesso un finanziamento di 1,2 miliardi di euro per la realizzazione del Trans Adriatic Pipeline, più comunemente TAP. L’opera, che costa in tutto 4,5 miliardi, è il tratto finale del Corridoio Sud del Gas, un gasdotto fortemente incentivato dall’Unione Europea che, secondo il report “Cambiamento climatico s.p.a.”, causerà danni ambientali enormi a fronte di minimi benefici, in quanto la domanda di gas in Europa è in calo.

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Un altro finanziamento dedicato ai combustibili fossili è stato erogato a favore di RWE, una società tedesca che è attualmente l’azienda europea più inquinante grazie alla proprietà di diverse centrali a carbone e alla produzione di lignite — la qualità di carbone con il maggiore impatto sull’ambiente. RWE è ritenuta responsabile di 1880 morti premature ogni anno in Europa. Intesa San Paolo nel 2019 ha erogato un prestito da 188 milioni di euro all’azienda, l’equivalente di circa 3,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica — un prestito identico è stato erogato anche da Unicredit.

Unicredit

Unicredit è la seconda banca italiana per capitalizzazione ed è la tredicesima in Europa per esposizione ai combustibili fossili. La società milanese ha erogato molteplici investimenti per la realizzazione di centrali e miniere di carbone nella regione di Mugla, in Turchia. Gli investimenti di Unicredit corrispondono a circa 37 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, una cifra superiore a quella emessa da tutto il comparto agricolo italiano. Anche Unicredit concorre al finanziamento del Corridoio Sud del Gas con un investimento da 580 milioni di euro. L’opera, dal costo complessivo di 45 miliardi, dovrebbe collegare i giacimenti del Mar Caspio all’Europa, passando in Turchia, Grecia, Albania e Italia. Oltre ai problemi di natura ambientale, gli investitori di quest’opera stanno anche implicitamente avallando e finanziando il regime Azero che si è reso responsabile di diverse violazioni dei diritti umani e oggi è in guerra con l’Armenia.

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La società con sede a Milano è tra i finanziatori della principale compagnia energetica finlandese, Fortum, che controlla il 70% di Uniper, una delle maggiori aziende del carbone attive in Germania. Proprio Uniper sta realizzando Dattlen 4, l’ultima centrale a carbone che diventerà operativa nello Stato tedesco. Quando quest’ultima verrà messa in funzione, produrrà 4 milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Oltre ad essere un’opera anacronistica e non in linea con gli impegni presi a Parigi, che prevedono la decarbonizzazione entro il 2030, la nuova centrale a carbone costituirà un danno enorme per la salute pubblica europea. Unicredit ha finanziato Fortum con un prestito da 640 milioni di euro — medesima cifra investita anche da Intesa San Paolo — e ha sottoscritto bond di Fortum per altri 637 milioni. In totale, la cifra investita dalla società italiana equivarrà a poco meno di 1,3 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Uno degli elementi più interessanti dietro a questi investimenti è che la policy di Unicredit prevede la limitazione dei prestiti diretti a centrali e miniere di carbone ma non alle imprese che le realizzano.

ENI

ENI è la principale compagnia petrolifera italiana, è partecipata al 30% dallo Stato tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze e tramite Cassa Depositi e Prestiti s.p.a. inoltre, stando a un report del 2017è una delle trenta società più inquinanti del pianeta. La società possiede impianti in tutto il globo, ad esempio nella regione del Delta del Niger, una delle zone più inquinate del mondo. Eni, in quest’area, usa anche la pratica del gas flaring, cioè brucia a cielo aperto il gas in eccesso provocando danni enormi all’ecosistema. La società è accusata di corruzione internazionale dal Tribunale di Milano per aver pagato una tangente da 1,1 miliardi di euro proprio in Nigeria. Eni è anche a processo presso il Tribunale di Potenza con l’accusa di disastro ambientale in seguito allo sversamento di 400 tonnellate di petrolio verificatosi nel 2017 nel Centro Olio Val D’Agri, in Basilicata.

La società ha recentemente presentato un piano strategico fino al 2050 in cui prevede che il gas rappresenterà l’85% dei suoi investimenti, sostituendo il carbone. Per quanto possa apparire una buona notizia, il gas non è affatto una risorsa più pulita del carbone, perciò il piano strategico dell’azienda non è in linea con gli obbiettivi di Parigi.

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Tra i principali finanziatori di Eni, rientrano anche Intesa San Paolo e Unicredit. Il valore dei loro investimenti nella società petrolifera è pari all’emissione di circa 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, ovvero poco meno della CO2 prodotta dalla centrale a carbone di Brindisi, la seconda più grande d’Italia.

ENEL, SAIPEM e SNAM

Tra le altre impresse italiane che contribuiscono al cambiamento climatico rientrano anche Enel, Saipem e Snam.

La prima, Enel, è la più grande compagnia energetica in Europa con una capacità di 88 gigawatt, di cui la metà proveniente da combustibili fossili. Come ENI, anche Enel ha presentato un piano per convertire quattro delle cinque centrali a carbone di sua proprietà in centrali a gas. La società ha ricevuto 3,3 miliardi di euro sottoforma di finanziamenti da Intesa San Paolo e Unicredit.

Saipem è un’azienda ingegneristica specializzata nel settore petrolifero controllata al 30% da ENI. In particolare, si occupa della realizzazione di piattaforme estrattive e impianti di liquefazione del gas (LNG). La società ha ottenuto da ENI il contratto per realizzare un impianto LNG in Mozambico. Intesa San Paolo e Unicredit hanno erogato finanziamenti per 1,1 miliardi di euro verso la società.

Infine, Snam è una società che si occupa di trasporto e stoccaggio del gas, la sua rete di gasdotti è lunga 49.700 chilometri. In Italia è coinvolta nella realizzazione di importanti infrastrutture quali il sopracitato TAP e la Rete Adriatica. Snam riceve finanziamenti da Intesa San Paolo e Unicredit pari a 1,7 miliardi di euro.

Disinvestire da tutto il settore della finanza fossile

Seppure lentamente, forse qualcosa sta cambiando: molti istituti finanziari stanno implementando policy a favore del disinvestimento dal comparto dell’industria fossile. Certamente è un inizio, però queste policy spesso sono parziali o includono delle “ecezioni” che, di fatto, permettono a banche e compagnie assicurative di continuare a finanziare l’energia fossile.

Un altro problema è rappresentato dal tentativo di identificare il gas come risorsa energetica del futuro. Agendo in questo modo, le aziende italiane stanno vincolando la transizione energetica, mantenendo un alto impatto ambientale e favorendo il cambiamento climatico.

Per questi motivi, sempre più giovani hanno deciso di combattere il surriscaldamento globale riempiendo le piazze e sfidando apertamente le aziende e i fautori di queste politiche devastanti per la salute pubblica e l’ecosistema. Hanno conoscenze più approfondite delle generazioni precedenti e una maggiore possibilità di informarsi e di informare. Sentire le interviste durante le manifestazioni di Fridays for Future aiuta a comprendere che le nuove generazioni di ambientalisti sono tutt’altro che ingenue: a un’azienda non basta più realizzare una pubblicità in cui si professa sostenitrice dell’ambiente, perché questi giovani sanno cosa significa “greenwashing”.

Fonti

Cambiamento climatico s.p.a. — Scaricabile dal sito di Re:Common

Finanza Fossile — Scaricabile da sito di Re:Common

Articolo originale su Medium

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